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Irina stava tornando a casa. Pensava a tutto
quello che era accaduto durante il turno, ma soprattutto
sorrideva pensando a quante volte era entrata nella stanza
di Tokunbo, ora con una scusa, ora con l’altra. “Devi
prendere l’antibiotico”, “Misuriamo la febbre, Tokù”, “Va
meglio?”, “Hai chiamato?”, “A che punto è questa flebo?”,
“Stai comodo con il letto? Lo recliniamo?”. Ma aveva la
sensazione che anche lui volgesse lo sguardo al corridoio
quando passava lei. No, non era una sensazione, era una
certezza, ne aveva colto lo sguardo e anche il sorriso,
almeno un paio di volte. Poi era entrata e aveva trovato il
coraggio di regalargli quel pupazzetto. Lo aveva da anni,
era un capocantiere, di quelli con il casco giallo di
protezione, tipo quelli della Playmobil. Glielo aveva dato
al posto di un biglietto, al posto delle parole, era un
augurio, significava: le cose cambiano, il futuro è sempre
diverso da quello che ci accade oggi. Costruire, sempre che
lo si voglia. Ottimismo. Speranza. Lui aveva sorriso,
comprendendo tutto immediatamente e, senza aggiungere altro,
le aveva detto: “Grazie”. “Le parole non servono”, pensò
Irina, guardandolo. “No, in alcuni casi sono effettivamente
superflue. Se non ci fossimo incontrati qui in Italia, senza
lo strumento comune di una lingua né sua né mia, col
silenzio avremmo comunicato ugualmente, questo ragazzo ed
io”.
Qualche ora dopo, in un momento di
tranquillità, era entrata da lui. Il compagno di stanza
dormiva, lui no. Lui le aveva preso la mano e,
stringendogliela per qualche istante, le aveva detto, in una
lingua che sentiva più confortevole per esprimere il suo
stato d’animo: “We do hope, Irina. We must, even in darkness”.
Lei aveva ricambiato la stretta, gli aveva sorriso annuendo
e si era seduta sulla sedia accanto al suo letto. In quel
momento era stato posto il basamento di un’intesa profonda e
duratura, che li avrebbe resi protagonisti di una dialettica
continua, le cui lievi increspature avrebbero portato a una
sintonia sempre maggiore. Gli aveva detto che la vita va
osservata e analizzata con positività e ironia, se si
vogliono mantenere condizioni ottimali di salute e che era
sempre utile considerare la possibilità di un cambiamento,
di una deviazione, in ogni punto del percorso. Poi, per
stemperare quel senso di responsabilità e di impegno che
certe frasi lasciano a chi le ascolta, gli aveva raccontato
che aveva fatto un esperimento buffo. Lei portava
l’apparecchio ortodontico, quello trasparente, e ogni tanto
bisognava rimuovere il calcare, come tutti gli oggetti che
sono spesso a contatto con l’acqua, ma non poteva immergerlo
nell’anticalcare perché poteva essere tossico, né aveva
avuto un gran successo con l’aceto. Quindi aveva provato a
spazzolarlo con il sapone di Marsiglia. Miracolo. Splendore.
Trasparenza. La mascherina era tornata lucida. Ma allora, si
era detta, se faccio la stessa cosa con i denti li pulisco
meglio che con il dentifricio, no? E proviamo, Irina
Nicolaevna, anziché perdere tempo a chiedercelo, si era
detta. Dunque si era spazzolata i denti con il sapone di
Marsiglia, cercando di trattenere il respiro per non
sentirne il sapore, e poi aveva sputato questo fungo di
Hiroshima a testa in giù. In quel momento avevano suonato il
campanello e, per quanto si sforzasse di sciacquare, la
schiuma tardava a dissolversi, quindi dopo un paio di “Un
Appimo! Avvivo subito!”, si era rassegnata ad aprire la
porta con le bolle di sapone che uscivano insieme ai suoi
goffi: “Fscusa, … pego, pego, non stae lì sulla povta!”.
Non era in grado di riferire valutazioni sul risultato, ma
era certa che ora sarebbe andata dal dentista meno spesso.
Avevano riso, e questo significava che Tokunbo stava meglio,
e magari un po’ era merito suo.
Poi gli aveva raccontato di quella volta che
a un paziente in pronto soccorso era stata diagnosticata
un’ernia, al che il signore era stato colto da un’ira
incontenibile sostenendo che ne era certo, l’aveva detto,
lui, a suo cognato di non stargli troppo vicino. “Ecco,
vede?” aveva detto al medico, al quale scappava da ridere
mentre cercava di mantenere un contegno professionale, “Io
glielo avevo detto, a mio cognato, lo sapevo che finiva
così. Ora me l’ha contagiata. Ma quello lì cià l’arteriosclòrosi
e non ge se ragiona!”.
Tornando a casa, poco dopo Porta Pia, ferma a
un semaforo, lesse l’insegna di un negozio: “Anastasia”, e
pensò a un altro negozio, vicino casa, “Natalia”. L’insieme
dei due nomi, due nomi russi, le riportò alla mente una
notizia letta qualche giorno prima. Natalia Estemirova,
attivista russa per i diritti umani e amica di Anna
Politkovskaja, era stata assassinata da ignoti. Ignoti,
vergogna! Il 19 gennaio era stata uccisa Anastasia Boburova,
insieme a un collega giornalista, anche loro attivisti per i
diritti umani e amici della giornalista Politkovskaja.
Quando sentiva parlare gli italiani della scarsa democrazia
nel loro Paese rispetto all’Europa, più evidente negli
ultimi anni, pensava al suo di Paese e provava rabbia e
vergogna perché non poteva fare nulla e perché della Russia,
all’estero, avrebbe voluto rappresentare la scienza, lo
sport, la letteratura, la musica, non certo la violenza, la
mafia e la corruzione. E comunque gli italiani più sensibili
avevano ragione. La mancanza di democrazia, pensava, si
manifestava in maniera diversa; in Russia la sopraffazione
era palese, sfacciata, forte di una storia fatta di
violenza, in Italia si nascondeva subdolamente tra le pieghe
di uno scorrere sociale apparentemente civile, ma in realtà
le opportunità di riuscita, successo, o anche solo di
accesso a condizioni di medio respiro erano destinate, anzi,
predestinate a caste ristrettissime di fedeli. La fedeltà,
ecco, era questo il concetto. Più che le capacità personali,
ciò che contava in quello che aveva creduto il Paese delle
opportunità era la fedeltà che le nuove generazioni delle
élites di potere si garantivano reciprocamente, fin dall’età
della formazione. Per questo era opportuno frequentare
scuole, circoli e ambienti esclusivi, per consolidare
amicizie utili fin dall’infanzia o dall’adolescenza e poi
scambiarsi l’elargizione dei posti di comando di enti,
aziende, banche, organizzazioni, partiti politici, imprese.
Il tutto senza inquinamenti esterni, altrimenti il sistema
non avrebbe funzionato. Gli altri, la moltitudine, il
popolo, avrebbero costituito la massa lavoratrice o,
peggio, sarebbero rimasti in affannosa, a volte
supplichevole attesa di lavoro. Gli schiavi servono sempre,
in ogni società. Una volta erano poveri, ignoranti,
inconsapevoli, ora erano istruiti e consapevoli, ma
rassegnati (quindi più colpevoli), e soprattutto troppi.
Quello che distingueva i nuovi poveri da quelli del passato,
pensava Irina, era la non identificazione in un’unica
classe, l’incapacità di trarre forza dall’aggregazione, e di
conseguenza scivolare, frammentandosi, nell’esecrabile,
disgustosa ricerca della giusta connessione, che diventando
man mano fenomeno di massa, cessava perfino di essere
biasimevole per entrare con l’assenso di tutti a far parte
del costume nazionale. Ricordava le parole che Fred Uhlman
fa dire a Konradin von Hohenfels in “Un’anima non vile”: “Chi,
andando a Venezia, o vedendo le Piramidi o il Colosseo, o
Versailles, si chiede quante centinaia di migliaia di uomini
furono schiacciati e fatti a pezzi, o morirono per tifo, per
permettere a pochi di godere della loro sola e unica vita?
E’ la fortuna che conta, e nient’altro. Fortuna prima di
nascere, il seme giusto che incontra l’ovulo giusto, i
giusti genitori, il posto giusto (che possibilità ha un
genio, se nasce in uno squallido villaggio indiano?). Il
giusto dottore, il giusto avvocato, la luce giusta per
attraversare la strada di notte, la gente giusta da
conoscere, l’insegnante giusto, tutto è fortuna. L’uomo più
brillante può venire ucciso da una tegola, mentre il suo
vicino, un inetto, può sopravvivere. Solo la fortuna governa
le nostre vite. Guarda me! Se Hitler non avesse lasciato il
suo posto qualche secondo prima che la bomba di Stauffenberg
scoppiasse, sarei qui in attesa di essere ucciso?”.
Il suono di un clacson la riportò a
considerazioni più immediate: inserire la marcia e pigiare
il pedale dell’acceleratore. I semafori costituivano sempre,
per lei, l’allettante occasione per pensare, per dialogare
silenziosamente con Irina Nicolaevna.
Un chilometro più avanti, il traffico intenso
le aveva consentito di riportare il pensiero su Tokunbo;
Irina aveva tacitamente somministrato anche a
lui il suo test: faceva inizialmente delle domande che
sembravano casuali, tanto per inquadrare la persona a
livello generale. Ne sondava le abitudini, la voce, la
gestualità, lo sguardo, il linguaggio. Poi passava alla
volontà, alla profondità di pensiero, alla capacità di
indagine nei fatti, a quella di correlare un argomento a un
altro, alla fluidità della conversazione, all’educazione,
elemento questo fondamentale nel suo test, e concludeva
assegnando un punteggio allo charme generale. Tokunbo era
vincente su tutti i fronti. Sembrava non avere carenze
particolari. 30 e lode, Tokù, firmato Irina Nicolaevna
Ardaeva, prenda la copia del verbale.
A un semaforo di Via Nomentana lo sguardo le
andò a una scritta su un palazzo d’epoca: “IN DOMO FELICITAS”.
Già, pensò, è vero, ma dipende anche da ciò che ci aspetta
lì; comunque è vero che ognuno può fare la sua parte in
questa direzione, se non altro cercare di creare un ambiente
gradevole, confortevole e accogliente dove tornare
volentieri. Poi cercare la persona giusta con la quale vuoi
ritrovarti in quello spazio. Intanto mi godo una felice
serata fancazzista dopo una giornata di piacevole lavoro.
Niente male, no?
Aira Carrese
6 febbraio
2010
continua...
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