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Tenabrae Factae Sunt

di Aira Carrese

Sesta parte.

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Irina stava tornando a casa. Pensava a tutto quello che era accaduto durante il turno, ma soprattutto sorrideva pensando a quante volte era entrata nella stanza di Tokunbo, ora con una scusa, ora con l’altra. “Devi prendere l’antibiotico”, “Misuriamo la febbre, Tokù”, “Va meglio?”, “Hai chiamato?”, “A che punto è questa flebo?”, “Stai comodo con il letto? Lo recliniamo?”. Ma aveva la sensazione che anche lui volgesse lo sguardo al corridoio quando passava lei. No, non era una sensazione, era una certezza, ne aveva colto lo sguardo e anche il sorriso, almeno un paio di volte. Poi era entrata e aveva trovato il coraggio di regalargli quel pupazzetto. Lo aveva da anni, era un capocantiere, di quelli con il casco giallo di protezione, tipo quelli della Playmobil. Glielo aveva dato al posto di un biglietto, al posto delle parole, era un augurio, significava: le cose cambiano, il futuro è sempre diverso da quello che ci accade oggi. Costruire, sempre che lo si voglia. Ottimismo. Speranza. Lui aveva sorriso, comprendendo tutto immediatamente e, senza aggiungere altro, le aveva detto: “Grazie”. “Le parole non servono”, pensò Irina, guardandolo. “No, in alcuni casi sono effettivamente superflue. Se non ci fossimo incontrati qui in Italia, senza lo strumento comune di una lingua né sua né mia, col silenzio avremmo comunicato ugualmente, questo ragazzo ed io”.

Qualche ora dopo, in un momento di tranquillità, era entrata da lui. Il compagno di stanza dormiva, lui no. Lui le aveva preso la mano e, stringendogliela per qualche istante, le aveva detto, in una lingua che sentiva più confortevole per esprimere il suo stato d’animo: “We do hope, Irina. We must, even in darkness”. Lei aveva ricambiato la stretta, gli aveva sorriso annuendo e si era seduta sulla sedia accanto al suo letto. In quel momento era stato posto il basamento di un’intesa profonda e duratura, che li avrebbe resi protagonisti di una dialettica continua, le cui lievi increspature avrebbero portato a una sintonia sempre maggiore. Gli aveva detto che la vita va osservata e analizzata con positività e ironia, se si vogliono mantenere condizioni ottimali di salute e che era sempre utile considerare la possibilità di un cambiamento, di una deviazione, in ogni punto del percorso. Poi, per stemperare quel senso di responsabilità e di impegno che certe frasi lasciano a chi le ascolta, gli aveva raccontato che aveva fatto un esperimento buffo. Lei portava l’apparecchio ortodontico, quello trasparente, e ogni tanto bisognava rimuovere il calcare, come tutti gli oggetti che sono spesso a contatto con l’acqua, ma non poteva immergerlo nell’anticalcare perché poteva essere tossico, né aveva avuto un gran successo con l’aceto. Quindi aveva provato a spazzolarlo con il sapone di Marsiglia. Miracolo. Splendore. Trasparenza. La mascherina era tornata lucida. Ma allora, si era detta, se faccio la stessa cosa con i denti li pulisco meglio che con il dentifricio, no? E proviamo, Irina Nicolaevna, anziché perdere tempo a chiedercelo, si era detta. Dunque si era spazzolata i denti con il sapone di Marsiglia, cercando di trattenere il respiro per non sentirne il sapore, e poi aveva sputato questo fungo di Hiroshima a testa in giù. In quel momento avevano suonato il campanello e, per quanto si sforzasse di sciacquare, la schiuma tardava a dissolversi, quindi dopo un paio di “Un Appimo! Avvivo subito!”, si era rassegnata ad aprire la porta con le bolle di sapone che uscivano insieme ai suoi goffi: “Fscusa, … pego, pego, non stae lì sulla povta!”.  Non era in grado di riferire valutazioni sul risultato, ma era certa che ora sarebbe andata dal dentista meno spesso. Avevano riso, e questo significava che Tokunbo stava meglio, e magari un po’ era merito suo.

Poi gli aveva raccontato di quella volta che a un paziente in pronto soccorso era stata diagnosticata un’ernia, al che il signore era stato colto da un’ira incontenibile sostenendo che ne era certo, l’aveva detto, lui, a suo cognato di non stargli troppo vicino. “Ecco, vede?” aveva detto al medico, al quale scappava da ridere mentre cercava di mantenere un contegno professionale, “Io glielo avevo detto, a mio cognato, lo sapevo che finiva così. Ora me l’ha contagiata. Ma quello lì cià l’arteriosclòrosi e non ge se ragiona!”.

Tornando a casa, poco dopo Porta Pia, ferma a un semaforo, lesse l’insegna di un negozio: “Anastasia”, e pensò a un altro negozio, vicino casa, “Natalia”. L’insieme dei due nomi, due nomi russi, le riportò alla mente una notizia letta qualche giorno prima. Natalia Estemirova, attivista russa per i diritti umani e amica di Anna Politkovskaja, era stata assassinata da ignoti. Ignoti, vergogna! Il 19 gennaio era stata uccisa Anastasia Boburova, insieme a un collega giornalista, anche loro attivisti per i diritti umani e amici della giornalista Politkovskaja. Quando sentiva parlare gli italiani della scarsa democrazia nel loro Paese rispetto all’Europa, più evidente negli ultimi anni, pensava al suo di Paese e provava rabbia e vergogna perché non poteva fare nulla e perché della Russia, all’estero, avrebbe voluto rappresentare la scienza, lo sport, la letteratura, la musica, non certo la violenza, la mafia e la corruzione. E comunque gli italiani più sensibili avevano ragione. La mancanza di democrazia, pensava, si manifestava in maniera diversa; in Russia la sopraffazione era palese, sfacciata, forte di una storia fatta di violenza, in Italia si nascondeva subdolamente tra le pieghe di uno scorrere sociale apparentemente civile, ma in realtà le opportunità di riuscita, successo, o anche solo di accesso a condizioni di medio respiro erano destinate, anzi, predestinate a caste ristrettissime di fedeli. La fedeltà, ecco, era questo il concetto. Più che le capacità personali, ciò che contava in quello che aveva creduto il Paese delle opportunità era la fedeltà che le nuove generazioni delle élites di potere si garantivano reciprocamente, fin dall’età della formazione. Per questo era opportuno frequentare scuole, circoli e ambienti esclusivi, per consolidare amicizie utili fin dall’infanzia o dall’adolescenza e poi scambiarsi l’elargizione dei posti di comando di enti, aziende, banche, organizzazioni, partiti politici, imprese. Il tutto senza inquinamenti esterni, altrimenti il sistema non avrebbe funzionato. Gli altri, la moltitudine, il popolo,  avrebbero costituito la massa lavoratrice o, peggio, sarebbero rimasti in affannosa, a volte supplichevole attesa di lavoro. Gli schiavi servono sempre, in ogni società. Una volta erano poveri, ignoranti, inconsapevoli, ora erano istruiti e consapevoli, ma rassegnati (quindi più colpevoli), e soprattutto troppi. Quello che distingueva i nuovi poveri da quelli del passato, pensava Irina, era la non identificazione in un’unica classe, l’incapacità di trarre forza dall’aggregazione, e di conseguenza scivolare, frammentandosi, nell’esecrabile, disgustosa ricerca della giusta connessione, che diventando man mano fenomeno di massa, cessava perfino di essere biasimevole per entrare con l’assenso di tutti a far parte del costume nazionale. Ricordava le parole che Fred Uhlman fa dire a Konradin von Hohenfels in “Un’anima non vile”: “Chi, andando a Venezia, o vedendo le Piramidi o il Colosseo, o Versailles, si chiede quante centinaia di migliaia di uomini furono schiacciati e fatti a pezzi, o morirono per tifo, per permettere a pochi di godere della loro sola e unica vita? E’ la fortuna che conta, e nient’altro. Fortuna prima di nascere, il seme giusto che incontra l’ovulo giusto, i giusti genitori, il posto giusto (che possibilità ha un genio, se nasce in uno squallido villaggio indiano?). Il giusto dottore, il giusto avvocato, la luce giusta per attraversare la strada di notte, la gente giusta da conoscere, l’insegnante giusto, tutto è fortuna. L’uomo più brillante può venire ucciso da una tegola, mentre il suo vicino, un inetto, può sopravvivere. Solo la fortuna governa le nostre vite. Guarda me! Se Hitler non avesse lasciato il suo posto qualche secondo prima che la bomba di Stauffenberg scoppiasse, sarei qui in attesa di essere ucciso?”.

Il suono di un clacson la riportò a considerazioni più immediate: inserire la marcia e pigiare il pedale dell’acceleratore. I semafori costituivano sempre, per lei, l’allettante occasione per pensare, per dialogare silenziosamente con Irina Nicolaevna.

Un chilometro più avanti, il traffico intenso le aveva consentito di riportare il pensiero su Tokunbo; Irina aveva tacitamente somministrato anche a lui il suo test: faceva inizialmente delle domande che sembravano casuali, tanto per inquadrare la persona a livello generale. Ne sondava le abitudini, la voce, la gestualità, lo sguardo, il linguaggio. Poi passava alla volontà, alla profondità di pensiero, alla capacità di indagine nei fatti, a quella di correlare un argomento a un altro, alla fluidità della conversazione, all’educazione, elemento questo fondamentale nel suo test, e concludeva assegnando un punteggio allo charme generale. Tokunbo era vincente su tutti i fronti. Sembrava non avere carenze particolari. 30 e lode, Tokù, firmato Irina Nicolaevna Ardaeva, prenda la copia del verbale.

A un semaforo di Via Nomentana  lo sguardo le andò a una scritta su un palazzo d’epoca: “IN DOMO FELICITAS”. Già, pensò, è vero, ma dipende anche da ciò che ci aspetta lì; comunque è vero che ognuno può fare la sua parte in questa direzione, se non altro cercare di creare un ambiente gradevole, confortevole e accogliente dove tornare volentieri. Poi cercare la persona giusta con la quale vuoi ritrovarti in quello spazio. Intanto mi godo una felice serata fancazzista dopo una giornata di piacevole lavoro. Niente male, no?

Aira Carrese

6 febbraio 2010

continua...

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola